Diventa ciò che sei: il supporto del Coach

Identità futura

Riguardo ai paradigmi e – in generale – ai meccanismi mentali limitanti, è bene tener presente che, pur essendo svariati i modi nei quali questi nascono, spesso possono essere descritti semplicemente come una inadeguata distanza tra identità desiderata futura e identità attuale.

Per la psicologia moderna, l’identità può essere definita come l’idea, l’immagine, che uno ha di sé stesso. Ne esiste una attuale (come mi percepisco Oggi, come individuo) e una futura (come m’immagino, spero, mi auguro, sogno, di essere nel Domani).

Se le percezioni di come sono Oggi e di come mi immagino nel Domani sono troppo simili, significa che il futuro non è immaginato e desiderato in chiave evolutiva, ma che – per mancanza di stimolo, perché la realtà attuale in fondo è accettata, per rassegnazione rispetto alla situazione data, ecc. – lo si ritiene un semplice prolungamento dell’Oggi.
Come si vede l’individuo nel futuro? Come adesso, solo un po’ più vecchio (o adulto, se si tratta di un giovane). In questo caso la persona non sente la necessità, o non avverte la possibilità, di poter crescere in una certa direzione.

All’estremo opposto, l’individuo, che pure il sogno lo avrebbe, percepisce però la propria identità futura come talmente differente da quella attuale, da considerare tale sogno irrealizzabile (“figurati se io posso riuscire a…”). Può darsi che in effetti il sogno sia un po’ troppo ambizioso, oppure che la persona sottovaluti le proprie capacità di crescita.

Comunque, che il blocco nasca da eccessiva somiglianza o da eccessiva diversità tra le due percezioni di sé (attuale e futura), sta di fatto che questa “inadeguata distanza” porta l’individuo alla stasi.

Per uscire dall’impasse si deve agire in modo adeguato alla situazione: se la distanza è esigua occorre aumentarla, se è eccessiva va diminuita. Nel primo caso, la persona deve sfidarsi (o essere sfidata, magari da un Coach) a essere più ambiziosa. L’itinerario più classico e collaudato per riuscirci è quello, come si dice nel gergo del Coaching, di “salire di livello”. Nel concreto significa: elevare il pensiero e la visione, staccarsi da terra psicologicamente. Probabilmente la persona è concentrata sulle sue frustrazioni, i suoi disagi, le sue ansie… Come si sente adesso? Quale che sia la risposta che si dà, certo non benissimo. E come vorrebbe sentirsi invece? Meglio, certo: ma come? Più sereno, per esempio? E cosa vuole dire “serenità”, per lui? Come s’immagina il suo “essere sereno” nel futuro? Riesce a figurarsi come si sentirebbe anche fisicamente? Riesce a descrivere i vantaggi concreti che la sua serenità gli darebbe? Riesce a fantasticare su ciò che riuscirebbe a fare, e oggi non riesce, se fosse sereno? Riesce a visualizzare una sua giornata serena?

Domande di questo tenore, più o meno in questa sequenza, conducono la persona per mano a dettagliare un sogno che prima non aveva. A “girare un film mentale” che illumini la sua mente e il suo cuore laddove prima c’era il buio, emozionandola positivamente. Questo si chiama farlo passare dalla frustrazione al sogno.

Viceversa, se ha un sogno ma lo percepisce irrealizzabile, cioè se la distanza tra l’identità attuale percepita e quella futura sognata è eccessiva, il più delle volte dipende dal fatto che crede che il sogno sia irraggiungibile, senza che lo sia davvero. Oppure si sottovaluta, o sopravvaluta la difficoltà della sfida (ma in fondo è praticamente la stessa cosa).[1]

Tecnicamente, nel Coaching si dice che, relativamente alle attività che sono oggetto del Coaching, ha una carenza di Autoefficacia percepita. In parole povere, crede poco in sé stesso. Checché se ne dica, non c’è esercizio d’autosuggestione o “autoipnosi” che sia sufficiente se la persona poi non dimostra a sé stessa, nei fatti, di potercela fare.

Quindi il punto è questo: fargli dimostrare (a sé stesso, non certo a noi che, in quanto Coach, ben l’abbiamo appreso) che, sia pure per piccoli passi, ce la può fare. Non c’è montagna la cui cima si possa raggiungere senza porre un piede davanti all’altro e, soprattutto, senza aver mosso il primo passo.

E allora, anziché pensare in continuazione che dovrà salire di 1.000 metri a piedi, sarà nettamente preferibile provare la soddisfazione di aver salito i primi 100… per scoprire che, con il giusto passo cadenzato e senza troppa fretta, si può arrivare in cima con meno “fiatone” del previsto. Da lì, salire fino a quota 200 e poi 300 e così via, sarà più facile.

In questo modo la persona potrà avanzare verso l’obiettivo finale individuando obiettivi intermedi, percepiti come possibili e più facili, e concentrarsi su essi in sequenza. Questo la porterà a potersi congratulare spesso con sé stessa, gustando inoltre la gradevole sorpresa di riuscire a “salire” con minor fatica di quanto credesse. I risultati possono essere sorprendenti.

 

[1] Per la verità può succedere che in effetti il sogno sia troppo ambizioso. Ma è un’eventualità abbastanza rara. Comunque, in tal caso avrà bisogno di valutare realisticamente le risorse a sua disposizione rispetto alle difficoltà’ oggettive e di descrivere le probabilità di reale successo di ogni passaggio intermedio. È probabile che esse si assottiglino nelle previsioni, a mano a mano che si procede nel descrivere l’itinerario da percorrere, tappa per tappa. A quel punto sarà più facile per lui scegliere un obiettivo intermedio, più alla sua portata.

 

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