Se l’ambiente ostacola il coachee

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Nella propria pratica professionale, il Coach si imbatte spesso in un tipo particolare di “attrito”, che può ostacolare gli sforzi del suo cliente nel lavorare su sé stesso per migliorarsi: la forza d’inerzia dell’ambiente che lo circonda. Quando dico ambiente, mi riferisco all’insieme delle persone con cui vive e lavora (famiglia, colleghi, amici, conoscenti, eccetera).

Il fenomeno, semplificando, può essere descritto come segue. Il Coachee, lavorando con il Coach, ha immaginato quali abitudini cambiare, quali nuovi comportamenti mettere in atto nella sua vita per renderla più felice, per progredire, per crescere e maturare, per conseguire un maggior benessere, o per migliorare qualche sua prestazione o conseguire un particolare obiettivo.

Quale che sia lo scopo finale, sempre di cambiamento si tratta. Un cambiamento di abitudini e comportamenti, come si è detto. Ma le abitudini e i comportamenti precedenti, quelli che desidera cambiare, hanno costituito negli anni una parte integrante della sua identità: sia quella interiore (cioè come lui si percepiva), sia quella sociale (come lo percepivano gli altri), e persino di come lui pensava di essere percepito dagli altri – e va detto per inciso che ben raramente le tre cose coincidono alla perfezione, ma questo è un altro discorso.

Sta di fatto che lui, il Coachee, nel tempo ha costruito una narrazione su sé stesso, che era influenzata dall’idea che aveva di sé e dall’idea che riteneva gli altri avessero di lui (e nel contempo le influenzava entrambe). Già aver iniziato a desiderare di autopercepirsi in un modo diverso da prima è stata una conquista, spesso faticosa ma abbastanza emozionante… Ora può darsi che la persona, al pensiero di “presentarsi al mondo” in una nuova veste, tema di riceverne dei feedback non proprio incoraggianti.

Mi vengono in mente due casi: ricordo una persona che decise di smettere di fumare, ma la sigaretta perennemente accesa tra le sue labbra (all’epoca non era ancor vietato fumare nei luoghi pubblici) faceva oramai parte del personaggio, e la sua voce roca era leggendaria in ufficio. Un’altra persona, nota per i suoi modi bruschi e burberi, desiderava ardentemente di liberarsi di una immagine d’aggressività. Ma entrambi sentivano un forte disagio, all’idea di essere, di botto, percepiti in un modo diverso dagli altri. “Mi faranno un sacco di domande”, “Li lascerei sconcertati” erano le frasi con le quali davano voce a quel disagio, che si può accostare, per analogia, a una specie di paura del vuoto, simile in un certo senso a quella che sente colui che avendo sempre avuto timore di tuffarsi, ha deciso di sfidare quel timore e si trova finalmente a bordo piscina, pronto al primo lancio…

A questo “attrito” puramente endogeno, che nasce cioè da ciò che il Coachee pensa e immagina dentro di sé a priori, possono sommarsi attriti esogeni, cioè veri feedback dell’ambiente, che possono avere un effetto scoraggiante.

Ad esempio, essere l’unico, tra cinque colleghi d’ufficio, ad aver imparato in un corso professionale un nuovo modo di trattare i clienti al telefono, può suscitare ironie o addirittura aperta disapprovazione dagli altri quattro, che non hanno alcuna intenzione di seguire il suo esempio. Tornare a casa e mettersi improvvisamente ad aiutare la moglie nelle faccende di casa, dopo che lei aveva rinunciato da anni a chiederlo, può suscitare il suo sconcerto e persino dei moti di diffidenza!

E checché se ne possa dire, ognuno di noi desidera ardentemente essere accettato e approvato dagli altri. La persona sa con certezza che con la sua vecchia identità, e con tutte le sue caratteristiche positive e negative, gli altri bene o male hanno imparato a convivere: con la nuova, potrebbe temere il loro disorientamento o addirittura di riceverne delle reazioni negative.

Se è questo il caso, il compito del Coach sarà quello di esplorare queste legittime paure, e stimolare il Coachee a prefigurare delle strategie che gli permettano, qualora si rivelino fondate, di affrontare positivamente le reazioni dell’ambiente, neutralizzandole. Il Coach infatti non può sapere a priori se queste paure troveranno riscontro nella realtà, o se siano puro frutto di fantasia.

Deve però comunque rispettarle, e non sarebbe la strategia migliore cercare di rassicurarlo dicendogli che “non deve farsi problemi inutili”, che “non è il caso di fasciarsi la testa prima di rompersela”, o altre amenità simili: è anche per casi come questo, infatti, che l’International Coach Federation raccomanda di non commentare mai quello che il Coachee ci racconta. La persona potrà rassicurarsi solo se percepirà che la sorpresa dell’ambiente può essere un’opportunità, e se concepirà degli accorgimenti per sfruttarla.

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