L’errore: fallimento o esperienza?

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In molte imprese si è sviluppata, negli ultimi vent’anni, una mentalità per la quale si deve reagire, reagire, reagire al costante bombardamento di novità, comunicazioni ed emergenze che in un mondo sempre più caotico ci circondano da ogni dove. È così andata diffondendosi una sorta di ideologia del “multitasking”, che solo di recente è stata svelata dalla psicologia cognitiva per ciò che è: una solenne sciocchezza.

Una delle disastrose conseguenze del multitasking è stata la crescente intolleranza verso l’errore umano. Le persone sono risucchiate in un vortice di agitazione che impedisce di pensare, in un continuo rincorrere l’emergenza e i piccoli dettagli, rimandando di continuo la pianificazione e la riflessione. La crescita abnorme delle ore lavorate per addetto ne è testimone. Così si è cominciato a chiamare “performance” ciò che performance non è, come ad esempio il continuo agitarsi o il lavorare 50 e più ore la settimana; si definisce “meritocrazia” il terrorismo verso l’errore umano. Si chiama “flessibilità” l’obbedienza assoluta e “rigidità” il comportamento di chi fa delle domande o esterna i propri dubbi.

Attanagliate dalla paura di sbagliare, le persone non si assumono le più piccole iniziative se prima non le hanno sottoposte al capo. Il quale spesso le stoppa per lo stesso motivo. A sua volta il manager, nel timore che i suoi collaboratori non aggiustino le cose bene e per tempo, tende a “prendere in mano la situazione in prima persona”, sostituendosi nell’esecuzione ai suoi collaboratori, con il duplice risultato di bloccare la loro crescita e di trascurare il proprio ruolo.

Ad aggravare la situazione, si è sommata l’affermazione del principio di meritocrazia: il quale in sé sarebbe una bella cosa se significasse “premiare il merito”, ma in troppi casi, contaminato dal multitasking e dalle sue conseguenze, è diventato “chi sbaglia, paga”.

Oh, bella: e perché dovrebbe pagare? Chi lavora, chi lavora davvero, chi ha a cuore il suo lavoro e si prende delle iniziative e delle responsabilità, si accolla dei rischi. Pensateci: il concetto di responsabilità è privo di senso se non comporta l’assunzione di rischi. In un ambiente tra l’altro dominato dal caos, chi lavora prima o poi sbaglia: è inevitabile.

L’antidoto infallibile all’errore umano, che elimina completamente la possibilità di sbagliare, consiste nel commettere l’errore più grave di tutti: non fare assolutamente nulla.

Questa mentalità diffusa, porta da un lato le persone all’immobilismo per le ragioni che si sono dette, e dall’altro a una sopravvalutazione costante della gravità dell’errore, con una valutazione negativa, spesso del tutto arbitraria, di colui che ha sbagliato. Nasce insomma l’equazione: errore=insuccesso=fallimento. E nasce anche la sua “gemella”: chi ha sbagliato ha fallito=chi ha sbagliato è un fallito…

Noi coach troviamo così, spesso, clienti bloccati dalla paura di sbagliare. O che si colpevolizzano se – dopo aver tentato di applicare le soluzioni trovate nella sessione di coaching precedente – non ci sono riusciti del tutto, o hanno conseguito risultati inferiori alle attese. Il senso di colpa, che scaturisce dal percepire l’errore o l’insuccesso come dei fallimenti, genera autosvalutazione e scoraggiamento.

Far riflettere il cliente sul significato dell’errore e dell’insuccesso come sintomi di assunzione di responsabilità; fargli prendere consapevolezza del fatto che l’errore è un insuccesso solo se non se ne impara qualcosa (allora sì che è solo dannoso); fargli elaborare una strategia interiore per analizzare le cause dei suoi errori per migliorarsi è il vero antidoto all’errore.

Se il cliente impara a trasformare i propri errori in preziose esperienze, ne commetterà di meno gravi, sbaglierà meno di frequente. Affronterà il futuro (e il presente) con maggior coraggio e con un confortante senso di auto efficacia.

Non si può non sbagliare.

Si può solo imparare a sbagliare.

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