Cos’è l’autoconsapevolezza

autoconsapevolezza

In psicologia, questo concetto è definito come “la conoscenza che l’Io ha di sé stesso in quanto soggetto dell’esperienza.” Questo significa anzitutto due cose.

  1. Che ho consapevolezza nella misura in cui il mio Io – cioè la mia coscienza “consapevole” – riesce a conoscere sé stesso, e
  2. che questa conoscenza riguarda me come soggetto dell’esperienza, vale a dire che mi conosco attraverso ciò che sento, penso, sperimento, vivo momento per momento.

Per tradurre il tutto in italiano corrente, l’autoconsapevolezza è la conoscenza consapevole di quanto accade dentro di me: delle emozioni e dei pensieri, dei desideri e delle frustrazioni, eccetera, che si affollano nella mia mente.

Ora, tutti abbiamo una consapevolezza di queste cose, ma il punto è in quale misura abbiamo questa consapevolezza, e di quale qualità essa sia. Ogni persona corre il rischio di non accorgersi, o di non attribuire importanza, o di non interpretare correttamente i segnali che emergono alla coscienza e che provengono da “strati” più profondi della nostra mente.

Capita di sentire una “strana” sensazione, ricorrente in certe circostanze, o davanti a certe persone, e di non attribuirle importanza, rinunciando ad ascoltarla. Capita anche di sentire certe emozioni, ma di non saper dare loro un nome preciso (quello che sento, cos’è, rabbia? Frustrazione? Paura? O che altro?). Capita anche di attribuire loro un nome “sbagliato”, cosicché si scambia l’aggressività che nasce dalla paura, per indignazione, o l’ansia da prestazione per pessimismo, e così via.

È come se osservassimo uno stagno, e ci accorgessimo dell’affiorare – qua e là sulla superficie dell’acqua – di bollicine d’aria. È facile dedurre che tali emissioni gassose abbiano una causa che risiede più in profondità.

Pesci? Rane in immersione? Fonti sommerse? Qualcosa che, marcendo sul fondo, produce gas? Un subacqueo?

Finché non ci immergeremo per appurarlo, sarà molto difficile saperlo.

Ma il fatto è che lo stagno… siamo noi stessi! E immergersi in noi stessi non è facile per nulla. Se per vent’anni ci trovassimo in una situazione tale per cui ci fosse impedito dalle circostanze di guardarci in uno specchio (o di specchiarci nell’acqua), ci sarebbe impossibile avere un’immagine precisa del nostro aspetto, pur immaginando benissimo di essere un po’ invecchiati.

Acquisire consapevolezza di sé richiede quindi un’applicazione costante, un sereno e adulto dialogo interiore. Ma anche così esistono degli elementi di disturbo. Il più forte dei quali è la tendenza ad autogiudicarci.

Se guardo a me stesso per “darmi la pagella” come essere umano, è quasi inevitabile che mi concentri sulle mie manchevolezze, sui miei limiti ed errori, ripensando al passato come una serie di occasioni mancate o di errori che hanno avuto conseguenze negative sulla mia vita – o addirittura su quella di chi amo, col senso di vergogna che ne deriva.

L’autoconsapevolezza ha come presupposto invece che io riesca a osservare ciò che avviene in me, e i miei comportamenti e azioni, senza giudicarmi – pur senza nascondermi che certe cose le ho azzeccate e altre no, che certi pensieri o emozioni mi hanno fatto del bene e altre del male.

È tutto il contrario della Coscienza intesa come guardiana della mia morale e della mia coerenza. È invece un’amica, che mi permette di vedere me stesso per quello che veramente sono, e identificare le aree in cui, semplicemente essendo me stesso fino in fondo, posso tornare a dare il meglio di me.

Come si vede, è un’operazione parecchio complicata, che riesce normalmente solo ai saggi e – in generale – alle persone più equilibrate (ma anche loro hanno spesso qualche difficoltà).

Ma è per questo che è stato inventato il mestiere di Coach: per fornire a quel tale che citavamo prima, che da vent’anni non vede il proprio volto, uno specchio in cui riflettersi.

 

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