Il gruppo di lavoro: problem solving o mediazione “politica”?

Si prenda un gruppo di lavoro, sia esso composto dai manager di un’azienda, o dai membri di una commissione, o sia il Consiglio di Amministrazione di una società, o l’Assemblea dei soci di una Cooperativa, non importa.

Poi si assegni a questo gruppo un obiettivo, del tipo: “questa è la situazione, avete un certo numero di giorni (ore, mesi) per trovare una soluzione”.

È molto interessante notare che alcuni fenomeni, al suo interno, si svilupperanno quasi inevitabilmente.

Anzitutto, il gruppo dedicherà parecchio tempo a definire le regole del gioco: la più importante delle quali sarà definire quale sia in dettaglio la situazione (facile immaginare che ci sarà quello che prenderà a dire “il punto non è questo!”, mentre altri prenderanno a divagare col rischio di mettersi a discutere di tutt’altro).

Altre regole seguiranno: parlare solo alzando la mano, non interrompere gli altri, eccetera. Ma alla fine qualche diavolo di regola ci sarà. E nel dibattere su queste, sarà emerso qualche leader del gruppo. Augurabile che sia uno solo. Ma spesso sono due o tre, ognuno col loro codazzo di adepti.

A questo punto, tutto il gioco rischia di non essere più “troviamo la soluzione”, bensì “vediamo chi la vince” – e spesso non vince proprio nessuno, in un inconcludente dibattito che lascia tutto come prima e sfinisce le energie di tutti.

Se il gruppo si mentalizza in questo modo, il miglior risultato cui si possa ambire è il compromesso che nasce da una mediazione “politica” (faticosissima e spesso poco feconda) tra diverse se non opposte opinioni.

Questo è ciò che molto probabilmente avverrà, se il gruppo non ha come riferimento una leadership solida (magari sostenuta anche da un ruolo gerarchico adeguato), ma soprattutto che tale leadership sia in mano a qualcuno che ne sappia are un buon uso.

Questo qualcuno non deve adottare né uno stile direttivo (“si fa così, il problema è questo e chi non è d’accordo taccia”), né un acquiescente stile notarile (mi scuseranno i notai), che si limita a prender nota dei diversi pareri e semplicemente sorveglia che la discussione non degeneri.

Ci vuole invece qualcuno che utilizzi, consapevolmente o no, stile, tecniche e atteggiamento da Coach aus dieser quelle. Nel fare Coaching di gruppo, si deve infatti:

  1. Stimolare il dibattito senza farlo andare fuori tema, attraverso domande che guidino le persone nel loro insieme a definire la situazione ed il problema in termini logicamente corretti, cioè come uno scostamento dalle attese. Ogni problema è infatti uno scostamento dalle attese. Se si sta verificando esattamente ciò che avevamo previsto, infatti, il problema dove sarebbe mai? Il che però implica:
  2. che si definiscano le attese. Siamo certi di conoscerle? Cosa sarebbe augurabile in questa situazione, e cosa invece si sta verificando?
  3. Ma le attese nascono dai valori. I valori del gruppo in questo caso, e non è affatto scontato che il gruppo sia consapevole di averli. Ragionando su ciò che è augurabile per il gruppo, ci si accorge che in realtà ci si sta confrontando sui valori. E se il Coach sa fare il suo mestiere, il gruppo troverà una convergenza sui suoi valori con sorprendente facilità.

Fare tutto questo non è semplice. Non riesce naturale quasi a nessuno, e pochi hanno imparato a farlo con l’esperienza. Occorre una formazione specifica.

Per questo esistono le Scuole di Coaching.

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