La prossemica nel coaching

Il Coaching Prossemico accoglie la definizione che oggi si dà della Prossemica in base agli studi di E.T.Hall: lo studio delle relazioni di vicinanza nella comunicazione. Osservando come la distanza psichica sia correlata alla distanza fisica tra le persone, egli individuò quattro “zone” interpersonali, che si differenziano in funzione della distanza: in particolare, la distanza “intima”, quella “personale”, quella “sociale” e quella “pubblica”. Studiando le differenze tra gruppi etnici, Hall ampliò il concetto anche agli aspetti valoriali e comportamentali, uscendo da una mera logica spaziale, per estenderlo ad ambiti più “psichici”, in senso lato.

In altre parole, se desidero capire certe cose, devo osservarle dalla giusta distanza. Un quadro impressionista può essere apprezzato solo da lontano, ma diventa un guazzabuglio incomprensibile se visto con la lente d’ingrandimento. Ma se voglio conoscere la struttura intima di una cellula, devo disporre di un microscopio. Lo stesso principio vale se intendo conoscere davvero una persona o un gruppo di persone, e comunicare con loro: la distanza fisica e psicologica determinerà il livello di profondità del rapporto.

Nel Coaching, avendo bisogno di capire davvero il vissuto di quella persona, i suoi valori ed emozioni, è necessario avvicinarsi parecchio, perché è vitale che la persona percepisca la qualità dell’ alleanza con il coach – o per usare un termine tratto dalla P.N.L., il rapport online-apteekki.com.

Tuttavia, non posso avvicinarmi troppo, per non rischiare di respingere il Coachee anziché creare sintonia con lui: per questo. ICF raccomanda che, se si ha il dubbio che una domanda o un esercizio possa essere controproducente, va chiesto il permesso al Coachee di proporre la domanda o l’esercizio.

Anche il concetto di empatia può essere letto in chiave prossemica; essa infatti non è il calarsi nei panni dell’altro sino a provare le stesse cose: altrimenti, se ad esempio lui è triste e sfiduciato, non riuscirò ad aiutarlo in alcun modo …  Si tratta invece d’avvicinarsi quanto basta (e non oltre) per comprendere pensieri ed emozioni, e riconoscerli per ciò che sono – cosa impossibile se ci si mantiene distanti, troppo distaccati, o se ci si cala sino ai capelli.

Primo principio della prossemica applicata al Coaching: occorre trovare e mantenere la distanza minima compatibile con l’empatia e l’alleanza necessarie per comprendere il Coachee e le dinamiche che ne determinano il comportamento in quel momento della sua vita.

Il costrutto di distanza minima compatibile va inteso dunque nel senso che devo avvicinarmi sino al punto che, se facessi ancora un piccolo passo oltre nel processo di avvicinamento, otterrei una reazione di fuga o rigetto. Occorre quindi fermarsi lì, e rimanervi; è persino opportuno, in qualche caso, riallontanarsi leggermente, per riuscire a vedere il Coachee e la sua situazione, i suoi comportamenti e prestazioni, in un’ottica più sistemica e globale.

Nel nostro modello, la prossemica ed il suo utilizzo vanno considerati in due ambiti: interpersonale, cioè la distanza fisica e psicologica tra Coach e Coachee; intrapersonale, che significa il livello di profondità sino al quale occorre addentrarsi nell’esplorazione del Coachee e della sua situazione.

Mentre nell’ambito interpersonale vale il primo principio, che abbiamo descritto poche righe più sopra, in quello intrapersonale vale il secondo.

Secondo Principio: ogni momento del Coaching, e della sessione di Coaching, necessita di una diversa profondità di esplorazione della vita del Coachee. Compito del Coach è trovare la giusta profondità, quella che serve in quel momento, e penetrarvi con le proprie domande potenti.

Come vedremo parlando dei livelli (neuro)logici di Dilts, quanto più il Coachee è indotto ad esplorare strati via via più profondi di sé, tanto più efficace sarà il percorso di Coaching. Ma ci vuole tempismo: addentrarsi troppo presto in profondità può scatenare una reazione di rigetto. Restare troppo a lungo in superficie rischia di prolungare il Coaching eccessivamente, con negative ricadute sulla sua efficacia e, alla lunga, sulla motivazione stessa del cliente.

Dobbiamo quindi avvicinarci alla distanza che ci permette di mettere a fuoco l’ambito che ci interessa in quel momento, assicurandoci che il coachee lavori sul futuro (senza lasciarsi imprigionare dal passato), e sèguiti a percepirsi protagonista della propria esistenza (mantenendo cioè il proprio Locus of Control all’interno di sé).

Il contributo originale del Coaching Prossemico è dunque nel richiamare l’attenzione del Coach sul concetto della giusta distanza: stimolandolo cioè a sviluppare la sensibilità per trovarla. Non è una scienza, questa: è una tecnica, o addirittura un’arte. Inoltre il Coaching Prossemico fornisce una mappa, e una serie di strumenti, per “navigare” nell’esplorazione del Coachee mantenendo, in ogni momento, quella giusta distanza, e per ritrovarla se la si perde.

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