I racconti che autoassolvono: gli alibi che prendiamo con noi stessi

L’enorme complessità del vivere, ove il progressivo cumularsi di ricordi ci pone davanti uno sterminato ventaglio di esperienze spesso contraddittorie, impone al nostro cervello un continuo lavorìo di ricategorizzazione dei ricordi stessi. Trovo nella mia memoria ricordi gratificanti e frustranti, e mentre alcuni confermano certe mie convinzioni su me stesso, altri sembrano smentirle in pieno. Ma ho bisogno di avere una immagine coerente di me, per non smarrirmi.

Per questo, l’inconscio lavora incessantemente per dare coerenza alla mia identità, suggerendo alla coscienza dei percorsi utili per “aggiustare” il racconto che il soggetto fa a sé stesso del proprio passato e quindi della sua esperienza umana, della sua identità medesima.

Queste dinamiche ancora non sono del tutto esplorate dalla psicologia, ma è certo che la tensione prevalente nell’inconscio spinge nella direzione di ricostituire una immagine coerente del Sé. Ma non è detto che essa si riveli funzionale, a breve o lungo termine, alla crescita della persona.

Non elencherò come esempi  tutta una serie di disturbi e patologie mentali, che esulano dal nostro campo d’azione: ma si sa benissimo che l’Uomo ha una straordinaria capacità di modificare persino i ricordi, allo scopo di mantenere una stabile immagine di sé. Questa ricerca di coerenza è poi correlata a una seconda necessità: quella di risparmiare energia – non mettendo in discussione degli assunti, delle convinzioni, sulle quali si è strutturato negli anni tutto un corpus di comportamenti e abitudini tali da poterli definire tratti del carattere. Il risparmio energetico in sé, beninteso, è necessario: provi il lettore a immaginare come sarebbe la sua vita se ogni minuto dovesse riverificare daccapo tutte le proprie convinzioni … E la convinzione forse più forte riguarda l’innocenza: di tutto ciò che di male può essermi accaduto, per istinto tendo a rifiutare l’idea che sia stata colpa mia.

Se tale meccanismo di risparmio energetico è vitale, non di meno può essere d’ostacolo per il nostro sviluppo personale. Dobbiamo continuamente adattare il nostro comportamento a un ambiente magmatico e in evoluzione, anche in funzione del fatto che noi stessi, nel tempo, cambiamo – banalmente, si invecchia. Se la Coscienza – in termini neuro anatomici, banalizzando, si può dire la corteccia cerebrale – non prende le redini e non lavora per trovare nuovi sbocchi al racconto di sé, che pur salvaguardando la continuità della propria identità, consentano di acquisire però nuovi comportamenti e abitudini, la dialettica tra inconscio e coscienza si inceppa.

Tenderanno allora a prevalere narrazioni del passato e del presente, finalizzate a perpetuare le vecchie abitudini, a costo di indurre o perpetuare uno stato di malessere. Siamo allora davanti a convinzioni autolimitanti, rinunciatarie, che servono sia a mantenere una immagine di sé coerente, sia a risparmiare energia, sia ad autoassolversi da responsabilità pregresse. E questo è vero, per quanto possa sembrare paradossale, persino per narrazioni autosvalutanti.

Si pensi per esempio al soggetto che si auto descrive “negato” per una certa competenza: la musica, il disegno, un certo sport, un certo mestiere. Il fatto (tutto da dimostrare) di descriversi incapace per attitudine ad apprendere quella competenza, avrà il triplice “vantaggio” di:

  1. Giustificare pienamente il risparmio energetico: “che m’impegno a fare?”
  2. Mantenere una certa immagine di sé, che per quanto mediocre è almeno stabile.
  3. Autoassolversi per il passato (“per forza sbagliavo, sono negato…”) e per il presente (“se non ci riesco non è colpa mia, sono nato così…”).

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