Il ruolo del Coach: archeologo o progettista?

Un modo interessante per “leggere” una sessione di coaching, è osservarla dal punto di vista del tempo. Non mi riferisco alla sua durata. Parlo del fatto che il cliente, raccontando di sé, può esprimere la propria narrazione del passato, la sua interpretazione del presente, i suoi desideri per il futuro. Di regola, esordisce al presente, raccontandoci le proprie difficoltà, frustrazioni, ansie: ci parla di quelli che interpreta come problemi da risolvere che vive nell’oggi.

E’ utile, e infatti qualsiasi coach tende a farlo per istinto, esplorare le ragioni che – secondo il cliente – lo hanno portato a vivere la situazione attuale, cioè esplorarne il passato.

Salvo il caso del cliente già molto consapevole, che ha una visione ad un tempo obiettiva ma non auto colpevolizzante delle proprie responsabilità pregresse, di solito nell’esplorazione del passato egli tende a “sfogarsi”, portando alla luce recriminazioni di vario genere, nel cui racconto si presenta come l’incolpevole spettatore di accadimenti che gli hanno impedito di dirigere la propria esistenza nella direzione desiderata.

Può trattarsi della sfortuna, o del comportamento di altri, o semplicemente del fatto che ritiene di non avere “le carte in regola” per essere all’altezza della situazione: per cui afferma ad esempio che gli è mancata una formazione adeguata, o addirittura che ha qualche carenza attitudinale, o che il suo carattere è stato modellato da esperienze negative o persino traumatiche.

Beninteso, se il cliente sente la necessità di sfogarsi, è necessario ascoltarlo senza giudicarlo, o se ne perderà la fiducia. Ma è altrettanto vero che, se lo si lascia a crogiolarsi in questi racconti auto assolutori e deresponsabilizzanti, non potrà uscirne da sé. Senza contare che si rischia, eccedendo nell’esplorazione del passato, a imboccare la pericolosa china del “mimare” una seduta di terapia psicologica … e senza averne gli strumenti, perché noi siamo coach, e non terapeuti!

In altre parole, dedicarsi all’archeologia del cliente, per il solo gusto di farsi una idea delle “cause profonde” della sua situazione attuale, non serve a nulla.

Una regola d’oro del coaching – ma si dovrebbe dire della vita – è che il passato è come il maiale: non se ne butta via niente. Ci interessa, cioè, solo se insegna al cliente qualcosa di utile per il suo presente e per il suo futuro, se gli fa rintracciare risorse utili in quella direzione, siano esse abilità o valori, o emozioni positive.

Solo per questo, tecnicamente, ci interessa il suo passato: per disseppellire le risorse ancor vive ma dimenticate, sulle quali fargli costruire un nuovo progetto, delineare una strategia, programmare delle azioni concrete.

Anche il suo passato serve in funzione del suo futuro.

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