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Gestire le emozioni nei momenti difficili: un manager allo specchio

allo specchio

C’è una bella differenza tra gestire le emozioni e controllare le emozioni. Istintivamente, in azienda si tende a pensare che le emozioni sia meglio controllarle (gestire emotività). C’è del vero, ovviamente, nel senso che emozioni incontrollate possono avere conseguenze anche gravi. Ma è sbagliato pensare che gestire le emozioni significhi solo controllarle. In realtà esse sono dei messaggi che vengono da dentro, e sarebbe bene imparare ad ascoltarle, cioè imparare ad ascoltarsi.

Gestire le emozioni nei momenti difficili: anche il manager è umano

Sulle emozioni si possono dire un sacco di cose, ma almeno non diciamone di sbagliate… Il mito del capo freddo, distaccato, chirurgicamente razionale come homo oeconomicus è, appunto, un mito. In realtà nemmeno costui è insensibile alle emozioni (infatti spende un sacco di energie per non manifestarle…). Se tralasciamo i rari casi di gravi patologie psichiche, nessuno è esente dal provare emozioni, specie riguardo a decisioni di un certo peso. E al di là di quanto alcuni favoleggiano nessuno, ma proprio nessuno, prende decisioni su basi puramente logico-razionali, senza che alcuna emozione entri in gioco nel processo decisionale. Nemmeno gli scienziati: Einstein ebbe a dire, parlando del momento in cui ebbe l’intuizione della Relatività, che si trattò più di un momento artistico che scientifico.

L’impulsività del manager: un simbolo di status?

In oltre trent’anni di consulenza e più di quindici come coach, ho osservato nelle aziende che, accanto al mito della decisione razionale che pervade la cultura imprenditoriale, taluni top manager ostentano la propria impulsività. Ho conosciuto dirigenti che attribuivano ai propri sfoghi di rabbia – non so quanto spontanei e quanto esibiti – la dignità di strumenti di gestione dei collaboratori; in realtà si trattava di un simbolo di status: essendo proibito a tutti di esternare le proprie emozioni, salvo che al Capo

Questi manager confondono la leadership con la maleducazione, ignari del fatto che le persone li seguono non già in virtù della loro aggressività, ma nonostante la loro aggressività. Non di rado, a questi scoppi d’ira si affiancano manifestazioni di decisionismo chiaramente irrazionale. Per costoro sembra più importante decidere in fretta qualsiasi cosa, invece che prendere decisioni sensate: infatti sono costretti a cambiarle di frequente. Questi manager sono esempi di una semi patologica incapacità della gestione emotiva. Una cosa è ascoltarle, altra cosa è subirle.

Gestire le emozioni nei momenti difficili: autocontrollo, razionalità e decisioni

Tralasciando i casi limite, le neuroscienze hanno dimostrato che le emozioni sorgono, e vengono coinvolte nel processo decisionale, in specifiche regioni dell’encefalo: “una lesione in queste regioni conduce a disfunzionalità comportamentali, impendendo al soggetto di prendere le più ordinarie decisioni (…), pur preservando intatte le facoltà cognitive superiori (attenzione, memoria, intelligenza)”.

(cit. Rebecca Farsi, LE EMOZIONI NEL PROCESSO DECISIONALE, https://www.giornaledipsicologia.it/emozioni-processo-decisionale/).

In altre parole, non solo non esiste decisione senza emozioni: esse svolgono un ruolo insopprimibile nel processo decisionale. E questo per la buona ragione che l’evoluzione stessa ha premiato tale ruolo, in quanto evidentemente esse tendono a farci prendere decisioni mediamente migliori, se dialogano con la parte razionale di noi.

Valori ed emozioni

Proviamo a immaginare una persona che riesca a non ascoltare alcuna “voce interiore”: che non senta, cioè, nessuna emozione. Che non prenda in considerazione alcun valore primario: non il coraggio, non la moderazione, non l’altruismo, non la giustizia, non il progresso, non il senso da dare alla propria vita.

Ammesso che una persona possa davvero riuscire a non farsi condizionare in alcun modo dai valori e dalle emozioni che generano dentro di noi, costei o costui sarebbe incapace di  prendere una qualsiasi decisione. Faccio un esempio banale, se vogliamo: si consideri una azienda che attraversi una crisi per una grave riduzione degli utili.

Quale può essere la ricetta? Investire nel marketing per aumentare il fatturato? Tagliare spese e investimenti per diminuire i costi? Una soluzione mista tra le due? Senza coraggio e prudenza, senza la spinta al progresso o alla conservazione, senza etica o senso del pragmatismo, senza senso di responsabilità o amor proprio, la scelta tra ridurre i costi o aumentare il fatturato si riduce a lanciare una monetina per scegliere alla cieca tra una sottrazione e una addizione. Ecco il paradosso: una decisione esclusivamente razionale porta a una scelta totalmente irrazionale.

Ascoltare la pancia

Il vecchio adagio (“ascoltare la pancia”) esorta saggiamente a interrogare le emozioni. La paura, se ascoltata, non si trasforma in panico: genera prudenza. Il coraggio, se lasciato parlare, non diviene incoscienza, ma suggerisce traguardi ambiziosi. Non molti anni fa le neuroscienze hanno scoperto che nel nostro intestino abitano circa 500 milioni di neuroni: avete capito bene, mezzo miliardo di cellule pensanti (i neuroscienziati mi perdoneranno l’ardita semplificazione). Ma qualcuno dirà: come si fa ad ascoltare le emozioni senza farsene dominare? Certo, facile non è.

Il coaching può aiutare anche in questo. Il coach professionista infatti ha ricevuto una formazione che lo mette in grado di allenare le persone – a patto che non soffrano di disturbi o patologie della psiche, croniche o transitorie – a sviluppare questa capacità.

Roberto Rigati

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