Lavorare come Coach

Nessuna confusione è possibile con la formazione, perché il Coach non è un insegnante. Sa che il Cliente può capire da solo quali comportamenti siano più efficaci e quali no, e allenarsi a impadronirsi dei primi abbandonando i secondi. Si tratta di aiutarlo a scoprirli e distinguerli.

Nessuna confusione con la consulenza (di qualunque tipo, psicoterapia compresa): Il Coach non consiglia e tanto meno formula diagnosi. Sa che il Cliente può inventare (il coaching è un processo “creativo”) le strategie e le tattiche idonee a risolvere le sue situazioni concrete. Si tratta “solo” di porgli le domande giuste.

Nessuna confusione con la guida e la motivazione, perché il Coach non è un “motivatore”: le motivazioni autentiche del Cliente, quelle più potenti e profonde, sono in lui. Si tratta solo di aiutarlo a ritrovarle e a farle riemergere da certi anfratti della sua mente in cui se ne stavano nascoste, magari dimenticate.

“Ma allora, si chiederà qualcuno, se il Coach non insegna, non consiglia, non diagnostica, non guida, non motiva … cosa farà mai?”

Forse la sorpresa maggiore, agli occhi di un osservatore che non conosca il Coaching per esperienza diretta, è costituita dal fatto che in una sessione corretta, parla quasi sempre il Cliente. E quando il Coach apre bocca, lo fa quasi esclusivamente ponendogli delle domande.

E questo per la buona ragione che il Coach non è pagato per fornire le risposte, ma per porre le domande giuste, quelle che consentono al cliente di vedere la propria vita, le sue prospettive, le risorse di cui dispone, in un’ottica diversa: quella dell’opportunità e non della frustrazione.

Il Coach non lavora sui difetti, ma sulle potenzialità del cliente. Non insiste a sviscerare le ragioni degli insuccessi, ma li trasforma in esperienze dalle quali ripartire. Non analizza gli errori passati, o gli ostacoli del presente, ma cerca col cliente nuove strade per superarli. Non permette al cliente di fossilizzarsi sulle paure o insicurezze, ma lo stimola a creare soluzioni nuove. A vedere le situazioni sotto punti di vista che lo aiutino ad affrontarle, non a difendersene.

Il bagaglio professionale del Coach è costituito da un insieme di tecniche e competenze da adoperare in una precisa sequenza temporale, che gli permettono di far trovare tali soluzioni al cliente, pur non avendo la stessa conoscenza specifica della sua situazione.

In tal senso, l’ “ignoranza” del coach, che non possiede le competenze tecniche che il cliente ha nel suo campo d’azione, è una risorsa, per quanto possa sembrare un paradosso: è una risorsa perché gli consente di fare quelle domande “ingenue”, dall’esterno, che il cliente non è più in grado di porsi, proprio perché è troppo calato nella propria realtà quotidiana.

E’ attraverso questo lavoro di progressivo superamento dei pre-giudizi che il cliente ha accumulato su di sé e sulla propria situazione, che il Coach riesce a far sbocciare in lui speranze, poi obiettivi, poi soluzioni nuove, infine azioni da programmare subito.

Il sollievo, a volte la gioia, che si legge negli occhi del cliente che riesce finalmente a vedere le cose in un modo differente, è la nostra grande ricompensa come Coach, ed è quel fenomeno che l’International Coaching Federation ha definito “effetto primavera”.