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Primo piano donna: uscire dagli stereotipi per ritrovare un equilibrio

primo piano donna

Parlando di primo piano donna e lavoro si cita sempre (giustamente) il bilancio tra professione e vita privata. Ma c’è un aspetto spesso sottaciuto, almeno per le donne manager: lo stereotipo culturalmente maschile del ruolo: competitivo, aggressivo, decisionista, che svalorizza le emozioni ed esalta la razionalità, tratti questi tipici dello stereotipo virile, e non sempre corrispondente al vero…  In realtà un modello femminile di leadership fatica ancora ad affermarsi, e serve a poco ispirarsi a qualche famosa donna importante, o a qualche personaggio storico femminile, perché le donne nella storia, anche se di successo, hanno dovuto aderire spesso al modello maschile…

Primo piano donna

La donna manager è sempre sotto i riflettori. Quanto e più dei colleghi maschi. Nella migliore delle ipotesi riceve complimenti quanto meno discutibili (“oltre che bella sei pure brava”, o peggio “sei una donna con le palle” …). Nell’ipotesi più deteriore, verrà inseguita da maldicenze e insinuazioni più o meno esplicite sulle modalità che le hanno permesso di fare carriera – e non dico altro per decenza.

In qualche caso, specie se ha un ruolo di grande potere, nessuno oserà dire certe cose davanti a lei, ma alcuni cercheranno di costruire per lei un personaggio, a sua insaputa.

Come fai sbagli

Probabilmente i suoi capi si aspetteranno da lei due cose: o che aderisca allo stereotipo maschile (aggressivo, autoritario, competitivo, decisionista), o al contrario che si comporti “femminilmente”: il che significa, in osservanza all’altro stereotipo, che dovrebbe essere dolce, comprensiva, imbelle, riflessiva.

Quale che sia la scelta, se il primo piano donna manager cade in questo paradigma, rischia di vivere prima o poi una sensazione di forte straniamento. Se accetta il modello viriloide, può aver rinunciato a una parte di sé, causando a sé stessa la frustrazione che ne deriva, e trovandosi costretta ad accettare la lotta perenne, senza esclusione di colpi, che è il destino di chi scende nella fossa dei leoni (e delle iene…).

Se invece tenterà di comportarsi secondo lo stereotipo opposto, pagherà lo scotto di essere vista come una simpatica e dolce “perdente” (le chiederanno magari di fare il caffè durante una riunione).

In realtà, e lo sostengo da sempre, i manager devono uscire da questa stereotipia che prevede due soli possibili modi di gestire le relazioni in azienda: uno autoritario/aggressivo, e uno protettivo/imbelle.

Uscire da un dilemma tossico usando la prossemica

La terza via esiste, l’ho chiamata “Management Prossemico” e l’ho descritta in uno dei miei libri (“Si fa presto a dire manager”, Vertigo ed., 2016). Essa consiste nel trovare di volta in volta la giusta distanza tra decisionismo e riflessione, tra empatia e assertività. Trovare questa giusta distanza non significa rimanere sempre nel mezzo. A volte la giusta distanza significa schierarsi decisamente per il decisionismo o l’empatia: dipende dalle circostanze, ma anche dalla propria personalità e dai propri valori.

Eh sì, perché una decisione teoricamente ineccepibile è comunque inefficace se va contro la nostra stessa natura.

Così, ognuno dovrebbe trovare il proprio modo di essere manager, capo, leader. Ma per fare questo occorre conoscersi.

Capire chi siamo davvero

Ricordo che quando ero adolescente sentivo spesso ripetere che occorre essere sé stessi, sempre. “Bell’idea”, dicevo tra me, “ma per essere me stesso dovrei prima sapere chi sono…” Ora, se è difficile sapere chi siamo da adulti, figuriamoci a diciassette o diciotto anni. Mi interrogavo quotidianamente su chi io fossi, e non mi davo mai la sufficienza.

Col tempo e l’esperienza, ma soprattutto grazie al lavoro che faccio (il coaching serve anzitutto a sviluppare un buon dialogo con sé stessi), sono riuscito a costruirmi una identità abbastanza precisa come marito, padre, coach e imprenditore. Più che mio, è merito del mio mestiere: ho trovato molte delle risposte che cercavo (non tutte, non ancora), perché ho imparato a farmi le domande “giuste”.

Per questo il mio impegno di ogni giorno consiste nell’aiutare le persone a imparare ad ascoltarsi, e a porre a sé stesse le domande più illuminanti.

Imparare a interrogarsi e ad ascoltarsi

Interrogarsi e lasciare che sorgano da dentro di noi le risposte autentiche sono le due facce di una medaglia che si chiama dialogo interiore. L’una e l’altra hanno pari dignità e importanza. Insieme costituiscono un impegno quotidiano che dura per la vita intera, un viaggio senza fine con una meta precisa: noi stessi.

Non si conclude mai (per fortuna, dico io), ma ci fa scoprire quello di cui abbiamo bisogno di volta in volta, situazione per situazione, senza riguardo per le aspettative degli altri, senza condizionamenti esterni.

Facile?

No, per niente.

Ma i coach esistono per questo.

Roberto Rigati

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